Prova a chiedere a una nonna la ricetta esatta del suo piatto migliore: ti risponderà con "quanto basta", "a occhio", "finché non è pronto". Non è reticenza: è che il suo sapere non sta in numeri. È un sapere delle mani, e rischiamo di perderlo.
La conoscenza che non si scrive
C'è una sapienza che nessun ricettario cattura: come capire che l'impasto è pronto dal modo in cui si stacca, quando il sugo è giusto dal colore, quanto sale dal sapore sulla punta del dito. È un sapere incarnato, fatto di anni di gesti ripetuti, impossibile da mettere in una formula.
Imparare guardando
Questo sapere si trasmetteva in un solo modo: stando accanto, guardando fare, provando sotto gli occhi di chi sapeva. Non con un libro, ma con la presenza. Le nonne insegnavano cucinando, e i nipoti imparavano restando vicini, prendendo dentro un gesto alla volta.
- Le dosi "a occhio" che solo l'esperienza fa indovinare.
- I segnali del piatto: colore, suono, profumo, consistenza.
- I gesti antichi, tramandati di mano in mano.
Un patrimonio in pericolo
Con le ultime generazioni che custodiscono questo sapere, rischiamo di perdere qualcosa di insostituibile. Non solo ricette, ma un intero modo di stare in cucina, di sentire il cibo. Quando se ne va una nonna, spesso se ne va una biblioteca non scritta.
Salvare ciò che si può
Vale la pena cucinare accanto a chi ancora sa, chiedere, guardare, provare a imparare quei gesti finché c'è tempo. Magari registrando, annotando, ma soprattutto stando lì. È l'unico modo per non lasciar morire un sapere che nessun libro potrà restituirci.
Il sapere delle nonne non sta nei numeri ma nelle mani, e si trasmette solo standoci accanto. Quando se ne va una nonna, si chiude una biblioteca che nessuno aveva scritto.


