Prova a entrare in una casa italiana e dire che non hai fame: non ti crederanno, e comunque qualcosa da mangiare arriverà. L'ospitalità, da noi, passa quasi sempre per il cibo. È un riflesso antico, che dice molto di chi siamo.
Accogliere significa nutrire
In tante culture mediterranee l'ospite è sacro, e accoglierlo significa offrirgli il meglio che si ha. Non importa quanto sia poca la dispensa: per l'ospite si tira fuori il pezzo migliore. È una generosità che precede ogni calcolo.
Il posto in più a tavola
C'è una bella usanza nella tradizione contadina: lasciare sempre un posto, o una porzione, per chi potrebbe arrivare. La tavola italiana è elastica, si allarga. "Dove si mangia in quattro, si mangia in cinque" non è solo un detto: è una filosofia.
- Si offre sempre, anche quando l'altro rifiuta per cortesia.
- Si dà il meglio, non gli avanzi: l'ospite onora la casa.
- Si insiste, perché accettare il cibo è accettare l'affetto.
Un linguaggio senza parole
Spesso non si sa dire "ti voglio bene", "mi sei mancato", "sono felice che tu sia qui". Ma si sa cucinare. Il piatto preparato per qualcuno è una dichiarazione d'affetto che non ha bisogno di parole, e che tutti, a tavola, comprendono.
Una ricchezza da custodire
In tempi di fretta e di porte chiuse, questa cultura dell'accoglienza è un tesoro fragile. Tenere viva l'abitudine di invitare, di apparecchiare per gli altri, di dare da mangiare a chi entra, significa custodire un modo profondamente umano di stare al mondo.
In Italia non si chiede all'ospite se ha fame: gli si dà da mangiare. Perché accogliere, da sempre, significa dire con il cibo ciò che le parole non bastano a dire.


