Mangiare di stagione oggi suona come una scelta consapevole, quasi una tendenza. Per i nostri avi non era una scelta: era l'unico modo possibile. E in quella necessità si era depositata una saggezza che vale la pena riascoltare.
Quando non c'era alternativa
Prima delle serre, dei trasporti refrigerati, dei voli intercontinentali, si mangiava ciò che la terra dava in quel momento. Le fragole a giugno, la zucca a ottobre, le arance d'inverno. Non per virtù, ma perché non c'era altro. E quella costrizione aveva una sua giustizia.
La natura sa cosa serve
C'è una coincidenza che affascina: ciò che cresce in una stagione spesso è esattamente ciò di cui il corpo ha bisogno in quella stagione. Gli agrumi ricchi di vitamine quando si rischia il raffreddore, le verdure idratanti nel caldo estivo. Come se la terra avesse pensato a noi.
- L'inverno dà radici e agrumi, energia e difese.
- L'estate dà frutti acquosi e verdure leggere, freschezza.
- Le mezze stagioni accompagnano il passaggio con dolcezza.
Il valore dell'attesa
La stagionalità insegna a desiderare. Aspettare il primo carciofo, le ciliegie di maggio, le castagne d'autunno. Questo desiderio è parte del piacere: ciò che si ha sempre smette di emozionare. La fragola di dicembre non sa di niente, anche perché l'abbiamo svuotata di attesa.
Ascoltare di nuovo i ritmi
Tornare alla stagionalità non è privarsi: è riaccordarsi a un ritmo che dà sapore, varietà e senso. È smettere di pretendere che tutto sia sempre disponibile e ritrovare il piacere delle cose al loro momento giusto.
La stagionalità non è una regola da seguire, ma una saggezza da riascoltare. I nostri avi non sapevano di mangiare bene: lo facevano e basta, seguendo la terra.


